ZES, la Piana di Sibari può diventare il grande distretto agroalimentare del Sud
La manovra 2027 rafforza incentivi a investimenti nel Mezzogiorno. È l'occasione per chiamare a raccolta consorzi, cooperative e produttori. Alla Regione il compito di progettare una piattaforma infrastrutturale connessa alla nuova SS106
CORIGLIANO-ROSSANO – La Piana di Sibari produce. Produce tanto, produce qualità e alimenta alcune delle filiere agricole più importanti del Mezzogiorno. Ma continua a mancare un tassello che potrebbe trasformare questa straordinaria capacità produttiva in una vera forza economica territoriale: un grande distretto logistico e agroalimentare capace di mettere in rete le imprese, concentrare servizi, abbattere i costi di distribuzione e collegare stabilmente la Sibaritide ai mercati nazionali e internazionali.
Lo scriviamo da mesi: la Sibaritide e l'intero impianto della Calabria del nord-est ha numeri e consistenze che potrebbero renderla davvero competitiva nella grande partita italiana ed europea dell'industria agroalimentare di qualità. E adesso potrebbe esserci un'occasione ancora più concreta per cambiare prospettiva.
Il disegno di Legge di Bilancio 2027 approvato dal Governo prevede il rafforzamento del credito d'imposta per gli investimenti nella ZES unica del Mezzogiorno, con una dotazione annunciata di 2,4 miliardi di euro per il 2027 e 1,25 miliardi per il 2028.
Risorse nazionali, non finanziamenti assegnati alla Calabria, né tantomeno alla Piana di Sibari. Ma una leva che potrebbe favorire nuovi investimenti produttivi se accompagnata da una precisa iniziativa della Regione e dalla capacità delle imprese agricole di costruire una strategia comune.
La domanda, allora, diventa inevitabile: perché non utilizzare questa stagione di incentivi per costruire finalmente il grande polo logistico-agroalimentare della Sibaritide?
Una potenza agricola che ha già numeri importanti
Non è una questione di ambizioni astratte. Bastano i dati per misurare la portata del sistema produttivo. Secondo i numeri ISMEA presentati nell'ottobre 2025, la provincia di Cosenza, con la Piana di Sibari e Corigliano-Rossano al centro della filiera agrumicola, produce circa 357mila tonnellate di clementine, pari al 53% della produzione nazionale rilevata, per un valore alla produzione stimato in circa 120 milioni di euro.
Una quantità gigantesca di prodotto agricolo che deve essere raccolta, selezionata, lavorata, confezionata, conservata e trasportata verso i mercati. Ma soprattutto che potrebbe essere messa a sistema (oggi ognuno fa da sé). E le clementine sono soltanto una parte di questa economia.
Nell'Alto Jonio cresce la filiera del Limone di Rocca Imperiale IGP, una denominazione che sta consolidando la propria presenza commerciale. Nella Piana, inoltre, si coltivano riso (tra le eccellenze nascoste di questo territorio), pesche, nettarine, albicocche, ortaggi e altre produzioni frutticole. A queste si aggiunge il patrimonio olivicolo, con le produzioni di olio extravergine e la menzione geografica Sibaritide della DOP Bruzio.
Tutto questo in un comprensorio agricolo con circa 14mila ettari di agrumeti, 11mila ettari di oliveti, 1.400 ettari di frutteti e 8mila ettari di seminativi irrigui.
Sono numeri che raccontano una realtà molto precisa: la materia prima per costruire un grande distretto agroalimentare esiste già.
E soprattutto esistono le imprese, le competenze, gli stabilimenti e un sistema cooperativo che nel tempo ha saputo conquistare importanti spazi nella grande distribuzione organizzata.
Quello che bisogna costruire non è una nuova agricoltura. È un nuovo livello di organizzazione dell'economia agricola.
Unire le filiere senza cancellare le identità
Il primo passo dovrebbe essere una grande iniziativa di aggregazione territoriale.
La Regione Calabria potrebbe promuovere un tavolo operativo con il Consorzio delle Clementine di Calabria IGP, quello del Limone di Rocca Imperiale IGP, le organizzazioni dei produttori, le cooperative ortofrutticole, i risicoltori, gli olivicoltori, le imprese della trasformazione e gli operatori della logistica.
Non per imporre fusioni o cancellare identità produttive che hanno una loro storia e un proprio mercato. Al contrario, per costruire una struttura comune di servizi che permetta a ciascuna filiera di conservare la propria autonomia e, contemporaneamente, beneficiare di una massa critica molto più ampia.
Una grande piattaforma condivisa potrebbe concentrare magazzini refrigerati, servizi di stoccaggio, lavorazione e confezionamento, laboratori di controllo della qualità, strutture per la trasformazione agroalimentare, aree di carico e distribuzione delle merci.
Significherebbe anche poter coordinare meglio i trasporti, ridurre gli spostamenti inefficienti, ottimizzare l'uso delle infrastrutture e rafforzare il potere contrattuale delle imprese nei confronti dei grandi mercati.
Una grande piattaforma nella Piana, collegata alla nuova SS106
Ma c'è un secondo passaggio, ancora più importante, che chiama direttamente in causa la Regione Calabria.
Non basta incentivare le imprese a investire: occorre programmare anche lo spazio fisico nel quale far crescere il distretto. La Regione dovrebbe valutare un intervento infrastrutturale dedicato alla realizzazione di una grande area attrezzata nella Piana di Sibari, con destinazione logistica e agroalimentare, dotata delle urbanizzazioni, dei servizi e dei collegamenti necessari.
Una piattaforma progettata per accogliere nuovi insediamenti produttivi e logistici, con viabilità adeguata, reti energetiche, infrastrutture digitali e accessibilità per il trasporto pesante.
E soprattutto con un collegamento funzionale alla nuova SS106.
L'aggiudicazione dei lavori per i 32 chilometri della Sibari-Coserie, per circa 1,2 miliardi di euro, e la realizzazione del Terzo Megalotto Roseto-Sibari stanno progressivamente ridefinendo la geografia dei collegamenti della Calabria jonica.
Sibari si trova al punto di convergenza tra la nuova dorsale jonica, i collegamenti verso il Tirreno e le direttrici che risalgono verso la Campania, la Puglia e l'Adriatico.
È una posizione che potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo straordinario per le merci agricole.
Occorre però pianificare adesso, non quando le nuove arterie saranno già operative. Individuare le aree idonee, verificare gli svincoli, programmare gli accessi, valutare le interconnessioni con la ferrovia e studiare le opportunità offerte dal porto di Corigliano.
La ZES deve diventare un'opportunità industriale, non soltanto fiscale
La ZES unica offre oggi un quadro favorevole agli investimenti delle imprese del Mezzogiorno, attraverso crediti d'imposta e procedure autorizzative semplificate.
Tuttavia è necessario evitare un equivoco: le risorse del credito d'imposta non sono automaticamente utilizzabili dalla Regione per costruire strade, piazzali e urbanizzazioni pubbliche.
Sono incentivi rivolti agli investimenti ammissibili degli operatori economici. Per questo la costruzione del distretto dovrebbe seguire due percorsi complementari.
Da una parte, gli investimenti delle imprese nella trasformazione, conservazione, commercializzazione e logistica agroalimentare, che potrebbero utilizzare gli strumenti ZES e le altre agevolazioni applicabili.
Dall'altra, un programma regionale di infrastrutturazione pubblica da finanziare attraverso gli strumenti della politica di coesione, i programmi regionali e le eventuali risorse nazionali compatibili. Due livelli differenti, ma parte di un'unica visione.
La Regione convochi il territorio e trasformi la proposta in programmazione
La vera sfida non è soltanto realizzare un complesso di capannoni o una nuova area industriale. È cambiare il rapporto tra la produzione agricola e il territorio che la genera. La Calabria del Nord-Est non può continuare a immaginare il proprio futuro agricolo esclusivamente in termini di quantità prodotte, prezzi riconosciuti e andamento delle singole campagne.
Deve cominciare a ragionare come un unico grande sistema agroalimentare, capace di mettere insieme clementine, limoni, riso, frutta, ortaggi, olio e trasformazione.
La Regione Calabria potrebbe assumere l'iniziativa convocando organizzazioni di produttori, consorzi di tutela, amministrazioni locali, Autorità di sistema portuale, Anas, RFI e rappresentanze imprenditoriali, per verificare le condizioni tecniche, economiche e amministrative di un grande distretto della Piana di Sibari.
Un percorso che dovrebbe partire dalla ricognizione delle produzioni e dei fabbisogni logistici, passare attraverso l'individuazione di un'area strategica e arrivare alla definizione di un progetto infrastrutturale coerente con la nuova rete dei trasporti.
Non una semplice dichiarazione d'intenti ma una vera e propria scelta di pianificazione territoriale. Perché, alla fine, la questione è tutta qui: la Sibaritide possiede già una delle principali economie agricole del Mezzogiorno. Ora deve decidere se continuare a vendere soltanto i prodotti della propria terra o organizzarsi per governare una parte sempre più importante del valore che quei prodotti generano.