Amendolara, la comunità ferita respinge lo stigma e chiede «un ergastolo per ogni persona uccisa» | VIDEO
Il paese finito nel vortice della cronaca nazionale dopo la morte dei quattro braccianti chiede giustizia, ma rivendica la propria identità: «È accaduto qui, ma Amendolara con il caporalato non c’entra»
AMENDOLARA - E poi ci sono loro. La gente di Amendolara. Volti scossi, parole misurate, dolore vero. Hanno visto il proprio paese entrare di colpo nel vortice della cronaca nazionale per la morte atroce di quattro giovani braccianti, bruciati vivi in un’auto davanti a una stazione di servizio lungo la Statale 106.
Da giorni il nome di Amendolara rimbalza nei titoli, nei telegiornali, nei servizi nazionali, nelle ricostruzioni giudiziarie e nel dibattito sul caporalato. Ma chi vive qui sente il bisogno di dire una cosa con forza: questa tragedia ha ferito la comunità, non la rappresenta.
Il sentimento che si raccoglie tra i cittadini è netto. C’è rispetto per le vittime, fiducia nel lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine, condanna senza appello per ogni forma di sfruttamento e violenza. Ma c’è anche una richiesta precisa: non associare automaticamente Amendolara alla piaga del caporalato.
«Ci sentiamo danneggiati – racconta un cittadino – perché la nostra zona è bella, tranquilla. Qui non c’è delinquenza, non c’è mafia. Guardate nella Sibaritide, non qui».
È una frase dura, forse dettata anche dallo choc di questi giorni, ma racconta bene lo stato d’animo di un paese che si sente trascinato dentro una narrazione più grande di sé. Amendolara non nega il problema. Non nega che il caporalato esista nel Mezzogiorno, nella Calabria agricola, nelle aree dove il lavoro bracciantile è più esposto a fragilità, ricatti e sfruttamento. Ma rivendica la propria estraneità a quel sistema.
«Sono domande che vanno fatte nel contesto giusto – dice un altro cittadino – quello della Sibaritide o del Metapontino. Amendolara è un paese del Sud, ma da noi il problema del caporalato, in questo piccolo ambiente, non esiste».
È proprio qui che si misura la ferita più profonda. Perché Amendolara è diventata, suo malgrado, il luogo fisico della tragedia. Ma la comunità respinge l’idea che quel rogo possa diventare il marchio identitario del paese.
«È una storia molto triste – dice un uomo che vive fuori ma torna spesso ad Amendolara – però il paese non c’entra niente. È capitato qui. Purtroppo questo evento ci penalizza, anche perché i telegiornali continuano a dire Amendolara, Amendolara, quando Amendolara non c’entra niente».
Il dolore, però, resta. Nessuno minimizza la brutalità di quanto accaduto. Anzi, la richiesta di giustizia è durissima.
«Ogni persona responsabile deve prendere un ergastolo per ogni persona che è morta. Minimo», dice una voce raccolta tra la gente.
Parole di rabbia e di dolore, dentro una comunità che si sente colpita due volte: prima dall’orrore della morte dei quattro braccianti, poi dal peso mediatico di un nome associato a una strage.
«La stiamo vivendo malissimo – racconta una cittadina – perché mettere insieme Amendolara e strage non è giusto. Amendolara è un paese rispettoso, di pace, accogliente. Un paese rispettoso tra i cittadini».
È questo il punto che ritorna in quasi tutte le testimonianze: l’immagine del paese. La paura che, da oggi in poi, Amendolara venga ricordata soltanto per quella macchina in fiamme, per quei corpi carbonizzati, per una vicenda che la comunità considera esterna alla propria storia sociale.
Eppure, tra le parole dei cittadini, emerge anche la consapevolezza che il problema esiste. Non qui, dicono. Non dentro Amendolara. Ma esiste nel territorio più ampio, nel Mezzogiorno, dentro le pieghe di un sistema agricolo che da anni convive con lavoro povero, intermediazione illecita, trasporti informali, comunità straniere isolate e condizioni di fragilità.
«È un problema che interessa tutto il Meridione – dice un altro cittadino – quindi non possiamo nascondere la realtà. Purtroppo non doveva accadere, soprattutto per questi ragazzi. È stata una morte bruttissima».
Amendolara oggi chiede questo: giustizia per le vittime, verità sulle responsabilità, ma anche rispetto per una comunità che non vuole essere trasformata nel simbolo di una piaga che sente di non appartenere alla propria quotidianità.
Il paese è ferito, non colpevole. Addolorato, non complice. Dentro questa distinzione c’è tutto il senso di una comunità che prova a difendere la propria dignità mentre attorno infuria il racconto nazionale della tragedia.
Perché una cosa è il luogo dove il male si consuma. Un’altra cosa è l’identità di chi quel luogo lo abita.