Fine del Commissariamento, la Politica torna "padrona" della Sanità in Calabria
Il Consiglio dei ministri chiude la gestione straordinaria iniziata nel 2010. Ora la vera sfida: governare un sistema fragile senza più alibi
ROMA – Dopo sedici anni di gestione straordinaria, la sanità calabrese torna formalmente nelle mani della Regione. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli e con il via libera dei ministri Giancarlo Giorgetti e Orazio Schillaci, ha deliberato la revoca del commissariamento. Una decisione che chiude una delle stagioni più lunghe e controverse della sanità italiana.
Una notizia che ha il peso della storia, perché la Calabria era diventata nel tempo il simbolo stesso dell’emergenza sanitaria strutturale del Paese. Dal 2010 – dopo il piano di rientro firmato nel 2009 – lo Stato aveva assunto il controllo diretto di conti, organizzazione e governance del sistema sanitario regionale.
All’origine del commissariamento c’era un sistema fuori equilibrio. Disavanzi accumulati, spesa incontrollata, incapacità di garantire i livelli essenziali di assistenza. La risposta fu drastica: commissariamento e piano di rientro.
Da quel momento, la sanità calabrese ha vissuto sotto una gestione straordinaria che ha inciso su ogni livello: dalla chiusura di ospedali alla riorganizzazione della rete, fino al blocco del turnover del personale.
L’obiettivo era chiaro: rimettere in ordine i conti. Il prezzo, secondo molti osservatori, è stato altrettanto evidente: un sistema progressivamente indebolito nei servizi.
La lunga stagione commissariale è stata segnata da una continua instabilità ai vertici.
Si parte con l’allora presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, primo commissario tra il 2010 e il 2014. Poi il passaggio ai tecnici nominati da Roma: Massimo Scura, Andrea Urbani, Saverio Cotticelli, Giuseppe Zuccatelli, Guido Longo.
Una sequenza che racconta da sola la difficoltà di trovare una guida stabile.
Nel 2021 si torna al modello politico con Roberto Occhiuto, nominato commissario ad acta. È a lui che viene affidata la fase finale del percorso: chiudere il piano di rientro e riportare la sanità sotto il controllo regionale.
Il commissariamento ha prodotto risultati ambivalenti.
Da un lato, il riequilibrio finanziario: i conti sono stati progressivamente riportati sotto controllo.
Dall’altro, però, il sistema sanitario ha pagato un prezzo elevato:
riduzione dell’offerta ospedaliera
carenza cronica di personale
aumento della mobilità sanitaria verso altre regioni
pressione fiscale tra le più alte d’Italia
In altre parole, mentre i bilanci miglioravano, la percezione dei cittadini restava quella di una sanità fragile e spesso inaccessibile.
La revoca del commissariamento segna uno spartiacque. Non solo amministrativo, ma soprattutto politico.
Per la prima volta dopo sedici anni, la Regione torna ad avere piena responsabilità su scelte, programmazione e risultati.
La domanda, ora, è una sola: la Calabria è davvero pronta a camminare da sola?
Perché se il commissariamento è stato per anni il simbolo del fallimento, la sua fine rischia di diventare il banco di prova definitivo. Senza più scudi, senza più alibi.
E con una posta in gioco altissima:
ricostruire un sistema sanitario capace di curare, davvero, i calabresi.