DIARI DI STORIA | La pece dei Bruzi, l’oro nero della Sila che fece ricca Roma
Nella nuova puntata dei Diari di Storia, Mons. Luigi Renzo racconta la “pix bruttia”: dalla Sila antica alle basiliche romane, dalle foreste dei Brettii agli appalti imperiali, una produzione preziosa che trasformò resina, legname e fatica in economia, potere e memoria popolare
Se nell’antichità il Brutium (Brettia) era famoso per la produzione del vino, del formaggio silano e dell’olio, lodato quest’ultimo da Cassiodoro come “il liquore di Pallade”, lo era anche per la preziosità del legname di pini che papa Gregorio Magno ha utilizzato come travi nella costruzione delle basiliche romane dei Ss. Pietro e Paolo e soprattutto per la produzione della pece al punto da far dire ad alcuni studiosi che lo stesso nome di Bruzi deriverebbe proprio dall’essere incalliti produttori di pece e quindi detti "peciari". Il geologo Stefano di Bisanzio nel suo Ethikà, per esempio, annota come i Bruttii già ancora dal IV secolo a.C. erano noti per la “bruttia pix”, la pece brettia (fr. 629). Anche Strabone e Plinio il Vecchio menzionano i Brettii come coloro che possiedono “la foresta che produce la brettia, la pece migliore che ci sia; la foresta si chiama Sila, fitta di alberi e ricca di acque, si estende per settecento stadi” includendo nel suo territorio anche l’Aspromonte e le Serre. (1)
Con la sconfitta subita nel 270 da parte di Roma, i Bruzi, li chiameremo così, si videro imposte condizioni di pace molto onerose con la privazione della metà della Silva Sila, che fu trasformata in ager publicus populi romani affidato alla gestione di appaltatori della classe dei cavalieri-imprenditori italici che periodicamente si aggiudicavano l’appalto del legname (lignarii) e della pece (piciarii) sfruttando il lavoro dei Bruzi ridotti allo stato di schiavi. Uno di questi appaltatori della pece, tale T. Pomponio Veientano, attivo tra Lucania e Brutium e quanto mai avido ed invido, al tempo delle guerre puniche, con contadini e servi reclutati sul posto aveva organizzato una specie di milizia con la quale operava incursioni e devastazioni finchè non fu sorpreso e ucciso dai Cartaginesi. In quella occasione i Bruttii diedero sostegno ad Annibale determinando poi nel 202 a.C. la dura ritorsione dei Romani che tolsero loro le armi ed ogni diritto civile tra cui quello di prestare servizio militare nell’esercito romano per essere considerati servi pubblici. (2)
Sempre a riguardo della pece, Plinio nella Historia naturalis scrive che “la pece bruzia, adatta per sigillare le botti e altri recipienti del genere, differisce dall’altra pece sia per la sua vischiosità sia per il colore rossiccio e per il grasso che contiene in misura superiore degli altri tipi”; e ancora nella Geoponica: “la pece bruzia, quella parte che si trova nel fondo delle brocche, scossa e versata nel vino attraverso un crivello rende i vini durevoli”. (3) La preziosità della “pix brettia” rendeva l’appalto e la commercializzazione molto richiesta e lucrosa tanto che su di essa fu posto il marchio di qualità “Pix Bruttia” stampigliato sulle anfore, a garanzia della provenienza, prodotte allo scopo presso le fornaci delle Forge di Cecita. (4)
Tra appaltatori del legname e quelli della pece, a causa degli interessi diversi nel trattamento degli alberi, i rapporti non sempre furono di buon vicinato. Racconta Cicerone di un fatto criminale avvenuto nel 138 a.C. che vide i consoli P. Scipione e D. Bruto incaricati dell’indagine su un massacro di “uomini noti” avvenuto sulle montagne della Sila, di cui vennero accusati alcuni schiavi e liberi della società appaltatrice della pece interessata ad incidere anche alberi giovani più resinosi contro operai del commercio del legname di qualità che contrastavano violentemente l’incisione indiscriminata degli alberi che così perdevano di valore. L’episodio dimostra quanto forti erano gli interessi economici che ruotavano sulla montagna silana al punto da chiamare in causa nel giudizio addirittura i consoli romani. (5)
L’estrazione e il commercio della pece non restò un’attività produttiva esclusiva dei Bruzi, ma da questi venne trasmessa nel tempo alla gente di Calabria che continuò a praticarla fino ai tempi moderni, gravata, proprio per la sua redditività, da pesi fiscali non indifferenti. Federico II, per esempio, nel sec. XIII vi impose la tassa "quintaria" ed il terzo di più su quella di provenienza estera. A dire di Vincenzo Padula, ancora nel secondo Ottocento, ogni anno si arrivava a raccogliere fino a 10 mila cantara (10 tonnellate ca.) di pece nera e 750 della bianca. Se si considera che il prezzo di un cantaro era di 30-35 carlini, valutabili oggi in 127-155 euro, ci si rende conto dell'entità del giro di affari legato alla produzione e commercio della pece. Non desta meraviglia, pertanto, che ogni operazione fosse sotto il controllo del feudatario locale e che il Re di Napoli ne avesse regolamentato il commercio con una Regia Generale Capitolazione, che subordinava l'eventuale esportazione "extra Regnum" al pagamento di una sopratassa ed al "placet" del Preside della Provincia di appartenenza.
L'estrazione della pece aveva una procedura minuziosa. Si ricavava prevalentemente dai pini, ma venivano sfruttate anche altre piante resinose (Ciliegi, pruni, ecc.). Il trattamento iniziava a febbraio col taglio di rami bassi al fine di facilitare lo scolo verso il basso del succo resinoso verso la fossetta che veniva scavata ai piedi della pianta. In marzo si faceva il primo intacco sul lato del tronco verso mezzogiorno togliendo la corteccia a partire dalla fossetta. Ogni settimana la tacca veniva rinfrescata allungandola verso l'alto. In primavera, con lo scaldarsi della temperatura, la resina cominciava a scolare in succo biancastro (la "pece cruda") fino a tutto settembre. In questo periodo, fino a novembre, al contatto con l'aria, il succo diventava più consistente e si attaccava lungo la scanalatura. Veniva quindi raschiata e raccolta. Il fiore di questa pece, che si prendeva dal centro della fossetta, aveva un valore tre volte maggiore rispetto alla resina comune e si usava per le candele. Col resto della resina, con trattamenti diversi, si ottenevano i vari tipi di pece più o meno raffinati.
La pece greca, detta anche "colofonia". Era il residuo che rimaneva nella caldaia dopo la cottura del succo resinoso. Veniva usata nell'industria dei coloranti, delle vernici e della carta. La pece nera, o navale, consisteva in una materia nera e lucente che si otteneva dalla lenta combustione del pino con una procedura analoga alle carboniere. La legna di pino veniva ricoperta di creta, su cui poi si accendeva il fuoco. Sulla creta dell'involucro si attaccava un denso fumo nero viscido (la pece nera, appunto), che veniva utilizzata per incatramare i tessuti ed impermeabilizzare le imbarcazioni (per questo è detta anche "navale").
La pece bianca era la più pregiata. Detta in latino "terebinto", si otteneva dalla resina (trementina) che colava dai tronchi e dai rami dell'abete rosso. La resina veniva sistemata in piccole botti su cui erano praticati dei fori. Il calore della stagione e la pressione esercitata provocava la fuoruscita dai fori di una sostanza raffinata, la trementina vergine, o pece bianca. Era utilizzata per scopi farmaceutici e nell'industria delle vernici come solvente. Ma vi si potevano ottenere ancora olio di fumo e di pino. Il primo si aveva raccogliendo i vapori della cottura della pece greca, utilizzato per preparare i colori, per curare le ferite degli animali. Il secondo si otteneva cuocendo i vapori della trementina con olio di fumo.
Dal volume degli affari c’è da riconoscere che la produzione della pece offriva buone prospettive di impiego e di guadagno soprattutto se si pensa che era un'attività perfettamente combinabile con altre attività agricole e che poteva assicurare il sostentamento, sia pure sotto la dipendenza e la vigilanza del feudatario locale.
Un'attività così diffusa e dai prodotti così diversificati non poteva essere ignorata dal folklore contadino. Mi piace, pertanto, concludere citando alcuni detti di sapienza popolare desunti proprio dalla familiarità con la pece. Contro una persona verso cui si aveva estremo disprezzo, per esempio, si diceva Ti vuònu vrusciare ccu la picia (che ti bruciassero con la pece). Di persone che hanno le stesse colpe e sono corresponsabili di malefatte si dice Tinti 'e da stessa picia (colorati con la stessa pece). Dei frequentatori di cattive compagnie: Chi tocca pici si 'nni 'mpracchia le manu, cioè chi tocca pece se ne imbratta le mani e si sporca anche lui.
N O T E
(1) Cfr. Strabone, Geografia, VI, 1,9; Plinio, Historia naturalis, III, 73-73.
(2) Cfr. Livio, 1, 2-4 studiato da G. DE SENSI SESTITO, I Brettii tra Pirro, Roma e Annibale, in <Enotri e Brettii in Magna Grecia. Modi e processi di interazione economica e culturale>, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2017, II, pp. 203-204.
(3) Cfr. Historia naturalis, XVI, 53; Geoponica, VII, 12,27; in M. INTRIERI, Fonti letterarie ed epigrafiche, <I Brettii>, II, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 1995, 229-238.
(4) Cfr. G. DE SENSI SESTITO, La montagna calabrese in età antica: insediamenti, popolazioni, economia, in <La Montagna Calabrese>, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2020, p. 120.
(5) Cfr. Cicerone, Bruto, XXII, 85-86, richiamato da G. DE SENSI SESTITO, La montagna calabrese, pp. 122-123.