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A Jaén una pietra-elefante finisce in prima pagina. E noi che abbiamo i Giganti di Campana?

4 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO – Per vedere l’elefante bisogna forse metterci anche un po’ di fantasia. Eppure in Andalusia è bastato quel profilo di roccia, una proboscide suggerita dalla pietra e una montagna capace di stimolare l’immaginazione per conquistare la prima pagina di un giornale.

Lunedì 21 settembre Diario JAÉN, storico quotidiano della provincia andalusa di Jaén, fondato nel 1941 e principale testata locale del territorio, ha piazzato al centro della sua prima pagina una grande fotografia della Piedra del Elefante, nella Sierra de Las Villas. Titolo enorme: La simpar piedra del elefante. Sottotitolo: Tan singular formación rocosa se encuentra en la Sierra de Las Villas. A segnalarlo alla redazione dell’Eco dello Jonio, tra l’altro, è stato Santiago Ydáñez, l’artista andaluso che nel luglio 2022 fu ospite a Corigliano-Rossano, in occasione del 25ennale dell’associazione 8 Torri sullo Jonio, e in quell’occasione realizzò una premonitrice (nemmeno tanto) opera sull’oicofobia (il ripudio della propria cultura, ndr).  

Una pietra. Un elefante. Una prima pagina. E qui comincia un’altra storia; la storia che riguarda noi. Non c’è nulla da ridicolizzare nella scelta del quotidiano andaluso. Anzi. C’è da mettersi a piangere e imparare.

Perché quella prima pagina racconta perfettamente una capacità che altrove sembrano aver compreso molto prima di noi, molto meglio di noi: un territorio diventa destinazione quando impara prima di tutto a credere nelle proprie cose e a raccontarle. Noi, dall’altra parte del Mediterraneo, abbiamo a Campana qualcosa che non ha neppure bisogno di grandi sforzi interpretativi. Eppure… siamo fermi, arenati, ancorati all’incapacità.

All’Incavallicata c’è una formazione monumentale nella quale la sagoma dell’elefante appare con una potenza visiva impressionante. A poca distanza c’è l’altro Gigante, quello che la tradizione ha chiamato Ciclope o Guerriero seduto. Sono i Giganti di Pietra di Campana, uno dei luoghi più enigmatici e scenograficamente più suggestivi dell’entroterra della Calabria nord-orientale. Di quelli che garantiscono 100/100 l’effetto “Wow”. Eppure… dicevamo. Invece di moltiplicare stupore ci interroghiamo se siano stati scolpiti dall’uomo o siano il risultato millenario dell’erosione. Sono testimonianze di civiltà antichissime oppure straordinarie architetture prodotte soltanto da acqua, vento e arenaria? È una discussione affascinante. Certo. Ed è giusto che continui sul terreno della ricerca scientifica.

Ma dal punto di vista turistico/promozionale questo aspetto può essere quasi irrilevante. Anzi, più storie, più leggende, più narrazioni, più mistero non fanno altro che rendere più straordinaria e stupefacente l’esperienza. È un po’ quello che sta accadendo per la collocazione di Sybaris, Thurii e Copia Thurii. Ma quella è una storia a parte.

Un visitatore che arriva davanti all’Elefante dell’Incavallicata non ha bisogno che qualcuno gli consegni prima una sentenza archeologica. Vede. Immagina. Vive e trasmette esperienza: una gigantesca massa di pietra con le sembianze di un pachiderma, immersa in uno scenario naturale sorprendente. Ci si avvicina, la si fotografa, ci si gira intorno, ci si interroga. Poi arriva il racconto: il mistero, le ipotesi, la disputa scientifica.

È esattamente questo il prodotto.

Noi invece siamo capacissimi di trasformare persino un patrimonio così forte in un interminabile processo. Mentre discutiamo su chi debba mettere la bandierina sopra l’elefante, l’elefante resta lì.

E qui la vicenda, tutta nostrana, diventa ancora più paradossale. Già, perché nella mappatura ufficiale dei Marcatori Identitari Distintivi (MID) della Calabria Straordinaria, i Giganti di Pietra di Campana vengono collocati nell’universo della Calabria rupestre ed esoterica e il loro potenziale viene definito con una parola che non lascia molto spazio alle interpretazioni: altissimo.

Non una curiosità qualsiasi, dunque. Ma un elemento individuato proprio per la sua capacità di rendere riconoscibile un luogo. Di essere unico. Ed è qui che la fotografia arrivata da Jaén diventa quasi una provocazione metodologica. Perché la logica dei MID nasce proprio dalla ricerca di ciò che rende un territorio distinguibile dagli altri. Non semplicemente bello, ma riconoscibile. Non semplicemente interessante, ma difficilmente replicabile. In una parola: identitario.

Guardando quella prima pagina, inoltre, viene fuori una differenza molto più seria delle somiglianze tra due rocce. Loro hanno preso una pietra che ricorda un elefante e l’hanno trasformata in una notizia identitaria da prima pagina. L’hanno messa in pista di lancio per creare una narrazione in una regione che già naviga velocemente nel vortice del turismo esperienziale.

Noi, invece, abbiamo un elefante monumentale. Abbiamo un secondo Gigante. Abbiamo un luogo carico di mistero. Abbiamo una narrazione che si presta a infinite suggestioni. Abbiamo persino un Marcatore Identitario Distintivo dal potenziale altissimo ma dobbiamo sforzarci a tenerne viva la sua memoria collettiva.

Dio a noi, in Calabria, ci ha dato troppo. Evidentemente è così. Troppa archeologia, troppi paesaggi, troppe montagne, troppo mare, troppi borghi, troppe storie, troppi miti, troppi misteri. Una quantità industriale di materia narrativa che molti territori pagherebbero per poter inventare.

E forse proprio questa abbondanza ci ha reso incapaci di riconoscere il valore delle cose. Ci siamo abituati. Le consideriamo normali finendo nel vuoto peggiore, quello che ci ha fatto perdere consapevolezza. E quando finalmente qualcuno prova a trasformarle in racconto, invece di costruirci intorno una destinazione spesso arrivano il menefreghismo, le gelosie, le rivendicazioni, le primogeniture.

Ecco perché, allora, quella prima pagina spagnola vale più di tanti convegni sul turismo, più di mille convivi intellettuali, più della dissenteria di parole che molto spesso si fa sul turismo.

A Jaén hanno messo il loro elefante in prima pagina e noi cosa vogliamo fare con il nostro? Ma, soprattutto, ci facciamo una domanda, volutamente irriverente. Se l’unicità è la materia prima del MID, che facciamo adesso? Dobbiamo preoccuparci perché nella Sierra de Las Villas hanno trovato anche loro un elefante di pietra? Il pachiderma andaluso mette in discussione il MID di Campana? Naturalmente è una provocazione. Lenin Montesanto, se ci sei, batti un colpo.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.