Le vie antiche della transumanza, un rito che nella Sila greca si rinnova da millenni
Dagli Enotri ai Brettii, dai tratturi del Trionto e del Fiumenicà fino alle mandrie podoliche che ancora oggi salgono verso i pascoli silani: nei Diari di Storia, Mons. Luigi Renzo racconta la pastorizia come memoria, economia e identità
L’impianto della pastorizia nell’attuale Calabria sarebbe dovuto agli Enotri che, in fuga dal Peloponneso in Grecia, vi pervennero tra il XVI e XI secolo a.C., condotti da Enotrio, figlio del mitico re Licaone. Secondo lo storico Dionigi di Alicarnasso, infatti, Enotrio, in dissenso col padre, “lasciato il Peloponneso e preparata una flotta, traversò lo Ionio insieme al fratello Peucezio, fermandosi con la maggior parte della spedizione più a Nord sulle coste dell’Italìa allora chiamate Ausonia… Trovando molta terra adatta al pascolo, ma anche molto idonea per l’agricoltura, dopo aver scacciato gli aborigeni da alcune zone, fondò numerose piccole città sulle montagne, contigue le une alle altre, secondo quella che era l’abituale disposizione degli abitati degli antichi. E chiamò tutta la terra che aveva occupato, e che era assai estesa, Enotria ed Enotri tutti coloro sui quali ebbe il governo”.(1)
A completamento dell’informazione, anche Strabone, geografo del I secolo a.C., scriveva che “prima dell’arrivo dei Greci la regione non era abitata dai Lucani, ma da Enotri e Choni. Dopo che i Sanniti raggiunsero una grande potenza, cacciarono i Choni e gli Enotri e insediarono in quella parte il ceppo dei Lucani” (2), che avevano al loro servizio i Bruttii come pastori e servi. Questi, dopo essersi liberati nel 356 a.C. della soggezione dei Lucani, si costituirono in “confederatio Bruttiorum” con capitale Consentia, arrivando in breve spazio di tempo a conquistare, tra IV e III secolo sia i terreni interni della dorsale appenninica dal Pollino all’Aspromonte, sia diverse città magno-greche delle coste, tra cui Hipponion, Petelia, Sibari sul Traente e Thurii.
In questa fase di conquista le zone collinari della Brettia ionica e della Sila Greca tra Thurii e Crotone si popolarono arricchendosi di piccoli insediamenti e fattorie rurali, la cui economia era incentrata sullo sfruttamento delle risorse agricole e sulla pastorizia, potendo contare per la loro difesa sui vicini centri fortificati di Castiglione di Paludi, Cerasello e Muraglie di Pietrapaola, Prujia di Terravecchia e più all’interno Kalasarna, oggi Campana.
In questo clima favorevole prosperarono le produzioni agricole di olio, vino, miele e pece, oltre alla pastorizia, favorita questa dai vasti pascoli e dalle acque dei torrenti, su cui vogliano soprattutto fermarci. A riguardo, gli allevamenti di bovini e ovini delle terre dei Brettii erano famosi e ne erano particolarmente ricercati i formaggi silani dalla forma rotonda, che, come riferisce Cassiodoro (485-580), venivano fatti “stagionare per molto tempo in depositi sotterranei per renderne durevole e squisita la sostanza”, aggiungendo inoltre che “grazie alle erbe il formaggio è lì prodotto con tanta naturale bontà da non credere che gli manchi il gusto del miele, benchè ti accorga che non è misto con alcuna sostanza perché là il latte munto con delicatezza dai capezzoli delle mammelle non cade a gocce, ma sgorga con improvvisi fiotti. Col naso si riconosce la pastura delle greggi, la quale, pur odorando di una diversa essenza, fa tuttavia avvertire qualcosa di simile all’incenso. La cremosità è tale, che ti potrebbe sembrare che nello stesso tempo vi scorra il liquore di Pallade (olio) se non si distinguesse per il bianco candore da quella verde freschezza”. (3)
Non è da meno ciò che scrive Terenzio Varrone (82 – 35 a.C.) che nel De re rustica (II, 1,2) si dilunga sull’origine ed il pregio della pastorizia tra i Brettii della Sila, le cui greggi sono famose. È per questo che i Romani approfittarono a tassare i loro affari al punto che, lo stesso Cicerone, frequentatore delle terre brettie, nella sue opere ricorda i disordini che per questo spesso scoppiavano tra i pastori dell’altopiano silano e gli esattori delle tasse, i cosiddetti “publicani”. Cassiodoro, prima menzionato, quando era ancora Cancelliere del re Teodorico, aveva sollecitato il cancellario Vitaliano a riscuotere in denaro il tributo dovuto annualmente dalla provincia brettia piuttosto che con della solita fornitura di bovini e suini “provenienti dai floridi allevamenti locali”. (Variae, XII, 12).
Un’attività così importante, per le necessità di alimentare una massa enorme di bestiame, esigeva un habitat favorevole per tutto l’anno, mentre in realtà la prolungata siccità estiva delle zone basse di pianura e le temperature rigide della montagna hanno imposto, secondo le stagioni, forme itineranti di pastorizia, per cui d’estate si spingevano gli armenti verso le fresche alture della Sila, ricche di acqua e di verdi pascoli (monticazione), mentre per la stagione fredda e spesso nevosa gli animali venivano trasferiti a svernare nella bassa pianura (demonticazione). È il fenomeno noto come transumanza, che nella Sila Greca, vista la relativa vicinanza delle due zone di alternanza (pianura e montagna), aveva una dimensione di corto raggio e di breve durata (al massimo due giorni), senza gravi disagi rispetto, per esempio, all’Abruzzo e al Tavoliere delle Puglie. Questo spiega anche perché in genere in Calabria i percorsi tradizionali delle mandrie, i tratturi, non abbiano lasciato piste significative e durevoli nel territorio, preferendo in buona parte gli spostamenti attraverso le vallate fluviali risalendo il letto e le sponde del fiume per proseguire lungo i sentieri dell’altura. Le mandrie partivano dalle valli e dai centri della pianura della Sila Greca per risalire i sentieri montani fino a raggiungere i pascoli più alti fino a 1800 metri (Monte Paleparto, Fago del Soldato, Monte Scuro, Acerina, Monte Botte Donato), oppure quelli leggermente più bassi sempre in Sila della Fossiata, Macchialonga, Cerviolo, Cava di Melis, Lagarò e zone attigue.
Nella Sila Greca tre sono stati i grandi corridoi e tracciati storici principali: i sentieri della Sila Greca Nord-Orientale a partire dalla Piana di Rossano, il corridoio del Trionto e la vallata del Fiumenicà, itinerari tra l’altro oggi riconosciuti nel patrimonio culturale immateriale dell’Unesco e rilanciati dalla Rete regionale dei tratturi prevista dalla Legge Regionale della Calabria n. 22 del 15 maggio 2024 anche come percorsi specifici (carrere) da percorrere a piedi.
Il primo percorso, multiplo di itinerari secondo le contrade, era utilizzato per spostare le mandrie dalle pianure costiere di Corigliano Rossano risalendo per tracciati diversi le vallate del Celadi e del Colagnati passando per Sant’Onofrio, Cozzo del Pesco, Tre arie e per i nodi collinari di Paludi, Cropalati, Longobucco fino a raggiungere soprattutto le zone di Cerviolo, Paleparto, la Sila demaniale nei dintorni del Cupone. (4)
Nel secondo percorso le mandrie di vacche podoliche risalgono dal letto del Trionto che in alcuni punti si presenta molto largo, salendo verso Longobucco, la frazione di S. Pietro in Angaro, Cava di Melis fino a raggiungere le località tradizionali di Cerviolo, Fossiata e le praterie intorno al Lago Cecita.
Il corridoio del Fiumenicà parte dai bassi pascoli invernali di Terravecchia, Scala Coeli e Campana per proseguire anche attraverso il torrente Calamacca verso il Cozzo del Morto, Piano di Guerra, Macchialonga (luogo di snodo e di sosta notturna) per puntare verso i luoghi classici del demanio di Camigliatello, Fago del Soldato, le falde di Botte Donato e zone circostanti, comprese le località silane ricordate. In alternativa, sempre dal Fiumenicà si saliva attraverso la Gammicella, Cozzo del Leone per poi ricongiungersi con l’altro percorso al Cozzo del Morto, Piana di Guerra, cozzo del Ferro ed a seguire verso i piani silani menzionati.
Tutte le rotte della transumanza che collegano le zone basse e litorali joniche con l’altopiano della Sila Greca ripercorrono ancora oggi in buona sostanza quelle antiche. Ogni anno a inizio giugno parte la monticazione e a ottobre la demonticazione, in cui diverse famiglie di allevatori storici muovono le mandrie di vacche podoliche lungo queste tre direttrici principali che solcano e intersecano la Sila Greca.
Un aspetto interessante è che alla transumanza di partenza o di ritorno erano legate fiere e feste religiose. A riguardo si segnalano, a Campana la fiera della Ronza (7 e 8 giugno), a Longobucco la festa e la fiera della Madonna di Puntadura (terza domenica di settembre), a Rossano le feste di S. Onofrio e della Madonna del Patire (terza settimana di maggio) e la fiera di S. Maria delle Grazie (8 settembre). Le fiere erano peraltro la principale occasione per scambi e vendita di prodotti dell’agricoltura, della zootecnia e di animali di allevamento. Degna di nota per le sue peculiarità è a Rossano la festa campagnola di S. Onofrio che tuttora si svolge in quella località nella chiesetta dedicata proprio al santo, patrono dei pastori, la domenica successiva alla festa della Madonna del Patire. È di fatto la festa dell’avvio della transumanza e dei pastori, che offrono al santo “pezze di formaggio”, caciocavalli, salumi e alberelli di taralli e dolciumi caserecci adornati di nastri multicolori e fiori, i cosiddetti maji, che vengono poi messi all’incanto per pagare col ricavato le spese della manutenzione della chiesetta e della festa (banda musicale, fuochi artificiali, e tutto il resto).
In conclusione la pastorizia con il suo rito della transumanza, ma certamente non solo questo, rappresenta uno dei motivi culturali più significativi che continuano a legare a filo doppio la Calabria alle sue radici identitarie ultramillenarie. Essa, proprio con i suoi tratturi e percorsi di transumanza, fornisce una rete di itinerari escursionistici, fatta propria dall’apprezzabile progetto “Transumando” promosso annualmente dal GAL Sila, che consente a camminatori e turisti di affiancare i mandriani unendo al trekking la degustazione a chilometro zero di prodotti biologici di eccellenza, tra cui l’insuperabile caciocavallo podolico e le varie forme di latticini freschi, tra cui la gustosissima stracciatella ottenuta col recupero degli scarti di lavorazione della mozzarella, o la burrata con la classica chiusura a sacchetto per contenere gli straccetti della pasta filata con la panna.
NOTE
(1) Cfr. Dionigi, Antichità romane, I, 11-12. Peucezio, al contrario del fratello, si insediò più a Sud al di sopra del capo Iapigio, scacciandone la popolazione locale per cui da lui gli abitanti di quella regione furono chiamati Peucezi.
(2) Cfr. Strabone, Geografia, VI 1,4 C 254-255.
(3) Cfr. Cassiodoro, Variae, XII 15, 5.
(4) Cfr. T. CARACCIOLO, Uomini Terra Acqua. Storia di un territorio, Consenso Publishing, Corigliano Rossano, ristampa 2026, pp. 132-136.