DIARI DI STORIA | Il giallo dell’epigrafe perduta di Castiglione, la pietra che poteva raccontare Sibari
Mons. Luigi Renzo ricostruisce la vicenda della lastra greca scomparsa da Castiglione di Paludi: segnalata nel 1932 poi svanita nel nulla, resta una testimonianza decisiva per leggere l’identità della città fortificata e i suoi legami Sybaris
Il primo a parlare delle rovine di Castiglione di Paludi, centro brettio fortificato ricuperato da Alessandro il Molosso nel IV-III secolo a. C. presso una necropoli dell’età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.), fu Vincenzo Padula (1819-1893), ma c’è da riconoscere che in realtà il toponimo di S. Maria “de Castiglione de Paludi” esiste ancora prima, menzionato in un Regesto Vaticano del 1553, quando la tenuta venne concessa al rossanese Giovanni Biagio Mandatoriccio come prebenda reddituale del Capitolo Cattedrale di Rossano. (1)
La sua fama di sito di notevole interesse archeologico e storico è scoppiata, comunque, a partire dal 1927 quando l’Ispettore Onorario alle Antichità e l’Arte Giacinto d’Ippolito segnalava al Soprintendente Paolo Orsi la presenza in località Castiglione di resti antichi saccheggiati clandestinamente da ignoti. Tra gli oggetti trafugati figura anche la nostra epigrafe “con caratteri greci” posseduta dal dott. Stanislao Spina del luogo. Solo nel 1932, però, ci fu l’intervento del nuovo soprintendente Eduardo Galli che con una missiva sollecitava il Maresciallo dei Carabinieri di Cropalati, competente per territorio, “ad indagare ed assicurarsi della reale esistenza dell’epigrafe” ed a ricuperarla nella Caserma “per tenerla a disposizione della Soprintendenza” per fini di studio. (2)
A stretto giro il Maresciallo comunicava che, “esperite riservate indagini era venuto a conoscenza che il dott. Spina Stanislao realmente deteneva tre pezzi di marmo ed un piccolissimo frammento i quali, riuniti assieme, formano una lastra sulla quale vi è una dicitura in lingua greca”. Il dott. Spina, intanto, dichiarava al Maresciallo di essere disponibile a trasferire la lastra in Caserma precisando che l’epigrafe, di cui ignorava l’importanza ed il valore, gli era stata lasciata in eredità dal defunto fratello Leonardo senza alcun ragguaglio sul luogo e sul tempo del rinvenimento. (Scavello, p. 1928).
C’è da aggiungere che se inizialmente il dott. Spina si era reso disponibile a trasferire in Caserma la lastra, in un secondo momento si rifiutò energicamente di consegnare quella che considerava sua assoluta proprietà, anche se assicurava che, avuta conoscenza del valore di quei marmi, sarebbero stati da lui “tenuti con tutta la maggiore attenzione, in modo da non derivarne nessun nocimento al patrimonio archeologico, storico, artistico nazionale”. Davanti all’impuntatura dello Spina ed in considerazione peraltro della sua età avanzata, dalla Soprintendenza gli veniva consentito di trattenere ogni cosa “senza contestare i suoi diritti di proprietà” con l’invito a “voler consentire al Maresciallo di ricalcare sopra un foglio di carta le lettere dell’epigrafe” per poterla decifrare. (Scavello, pag. 1937). L’operazione di ricalco venne effettuata, ma l’esito non fu positivo per cui si richiese una nuova trascrizione, di cui sembra che alla Soprintendenza si sia persa traccia.
Per ovviare a certe ricerche non autorizzate e clandestine che nel frattempo venivano ripetutamente condotte lungo la cinta muraria di Castiglione, tra il 1950 – 1956, la Soprintendenza di Reggio Calabria provvide ad avviare una vera ed approfondita campagna di scavo con esplorazioni sistematiche condotte direttamente dal Soprintendente Giulio Iacopi e seguite dall’Ispettore Giuseppe Procopio, esplorazioni che portarono alla luce una poderosa struttura muraria in blocchi, nota come "Lungo Muro” ed una necropoli di tombe enotrie dell’età del Ferro (sec. IX-VIII a. C.) con un ricco patrimonio di reperti (anfore, terrecotte, ceramiche, statuette votive, ripostigli di monete e bronzi vari) oggi in buona parte conservati nel Museo Archeologico di Sibari.
In questa nuova fase di lavori si riaprì l’interesse per la famosa epigrafe greca del 1932, per cui il Dott. Iacopi chiese al Dott. Francesco Pisani, Ispettore Onorario di Rossano, di interessarsi e di rintracciarla presso il Dott. Vincenzo Spina, figlio ed erede di Stanislao detentore della lapide marmorea per poterne fare un calco cartaceo o quanto meno una trascrizione, anche perché nel fascicolo dell’ufficio mancava qualsiasi schizzo o calco precedente. Il Dott. Spina, il 19 aprile 1950, dava al Pisani una risposta raccapricciante: “circa la epigrafe che mi chiede sono spiacente comunicarle che non mi è riuscito rintracciarla in alcun posto. Se verrà fuori mi premurerò farle avere la copia che lei desidera”. (ivi). Che fine aveva fatto l’epigrafe?
Il Soprintendente Iacopi, avvisato della cosa, scrisse con modi risentiti e quasi minacciosi allo Spina: “La notizia della scomparsa mi ha meravigliato perché risulta dagli atti di quest’ufficio che il suo congiunto era stato diffidato da questa Soprintendenza, nonché dai locali Carabinieri ad aver la massima cura dell’epigrafe ed a tenerla a disposizione di questa Soprintendenza, trattandosi di un oggetto che non era stato notificato ai sensi di legge per rispetto alla persona del suo congiunto che la teneva assai cara. La prego pertanto di volere cortesemente fare accurate ricerche per ritrovare l’epigrafe al più presto al fine di potere trarre il calco o la trascrizione occorrente a quest’ufficio, perché diversamente dovrei pensare che l’epigrafe stessa sia andata definitivamente smarrita oppure venduta all’insaputa di quest’ufficio. Nell’attesa di un suo cortese riscontro la saluto distintamente”. (Scavello, pag. 1938).
La risposta risentita del Dott. Spina all’Ispettore Pisani, che faceva da intermediario, non si fece attendere ingarbugliando ancora di più il giallo sull’epigrafe: “Gentile Dottore, in conseguenza del nostro carteggio circa una Epigrafe in greco antico, una volta in possesso di mio padre, mi rincresce farle notare che con mia grande meraviglia mi è pervenuto da parte della Soprintendenza alle Antichità della Calabria in data 29/4/1950 una regolare diffida in quanto detta Epigrafe non riesco a trovarla. Mi si sospetta perfino di averla potuta vendere. Per questa ultima cosa veramente non ne valeva la pena in quanto il frammento lapideo, per detto dell’ufficio, avendo mandato questi molti anni a dietro un funzionario sul posto ricavando il calco, non aveva importanza alcuna, non essendo altro che un invito al passante a dissetarsi alla fontana sulla quale un tempo era fissata. La prego quindi, gentile Dottore a voler far conoscere che non avrei mai compromessa la mia reputazione anche se quanto mi si addebita avesse avuto grande importanza, e poi io non ero tenuto in alcun modo ad aver eccessiva cura per tanta inutile cosa non essendomi stata delegata per eredità. Vorrà tanto scusarmi e colgo l’occasione per salutarla cordialmente”. (ivi).
Da quanto scrive il Dott. Spina l’epigrafe in greco antico si ridurrebbe ad un vero bluff in quanto non avrebbe avuto nessuna importanza storica. Alla luce dei fatti, però, è risaputo che l’epigrafe non è di poca rilevanza storica come sostenuto e, con informazioni appropriate non fornite, nel 1975 è stata oggetto di studio del Dott. Pier Giovanni Guzzo, Direttore del Parco Archeologico di Sibari, di cui Castiglione di Paludi è parte. Lo studioso sostiene che questa è realizzata in alfabeto greco, con lettere di dimensioni comprese fra cm 1,4 e cm 0,7; di forma pressappoco quadrangolare (cm 10 x cm 9,5; sp. cm 5), è convessa sul retro. Le sei righe che si conservano, si presentano lacunose. La datazione è compresa, a suo dire, fra il IV-III sec. a.C. e contiene una lista di antroponimi seguiti dal relativo patronimico. (3)
Ancora prima, nel 1950, comunque, il Soprintendente Giulio Iacopi, nel relazionare al Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti di Roma anticipava la data della lastra marmorea al sec. V-IV a. C. e leggeva accanto alle poche lettere di nomi di persone l’etnico frammentario SYB… da lui interpretato con l’aggettivo “Sibarita”, che lo faceva concludere come anche la città fortificata di Castiglione di Paludi fosse da riportare nell’alveo d’influenza di Sibari, avvalorando così l’ipotesi che ci si trovava davanti alla IV Sibari sul Traente. Anche se questa illazione va scartata in quanto Castiglione non si situa sul Traente ma sul torrente Coserie, per cui le due città sono distinte e non coincidenti tra loro, tuttavia le considerazioni del Dott. Iacobi danno consistenza all’importanza storica di quella epigrafe greca, che non può essere banalizzata come era purtroppo avvenuto. (4)
Con tutto il rispetto, pertanto, per il Dott. Spina, l’epigrafe greca non solo ha rilevanza storica, ma costituisce una valida testimonianza che ben si colloca nel contesto generale dell’identità della città fortificata di Castiglione di Paludi e della sua necropoli enotria evidenziate nelle campagne di scavi iniziate sistematicamente soprattutto a partire dal 1950-1956. Successivamente riprese le indagini nel 1973 e proseguite nel 1978-1995, si sono felicemente concluse nel 2016 con l’inaugurazione e l’apertura del Parco Archeologico di Castiglione di Paludi, mentre resta ancora aperta la collocazione precisa del sito della IV Sibari sul Trionto.
NOTE
(1) Cfr. V. PADULA, Calabria prima e dopo l’Unità, a cura di Attilio Marinari, Bari 1977, p. 352; F. RUSSO, Regesto Vaticano per la Calabria, vol. IV, n. 20031.
(2) Cfr. R. S. SCAVELLO, Archeologia senza scavo. Storia degli studi e delle scoperte archeologiche tra XVIII e la metà del XX secolo nella Calabria Citeriore attraverso i documenti di Archivio, Tesi di Dottorato di Ricerca presso l’Unical di Cosenza, Dipartimento Studi Umanistici, anno accademico 2016-2017, p. 1927: nel testo citeremo solo Scavello.
(3) Cfr. P.G. GUZZO, Paludi (Cosenza): località Castiglione. Necropoli dell’Età del Ferro, in 17 (1975), 65-68, pp. 97-177. L’assunto è rilanciato da D. NOVELLIS-M. PAOLETTI, Castiglione di Paludi e i Brettii, in Atti , a cura di Giovanna De Sensi Sestito e Stefania Mancuso, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2011, p. 202, nota 32.
(4) Vincenzo Padula fornisce una traduzione completa di quella iscrizione riferita ad una fonte di acqua fresca, composta da tre distici greci: “Ferma il piede, o forestiero, e ristorati dal caldo in questo suolo, dove su tenere ed agitate foglie spira il vento. Da questa misteriosa fonte scorre pura e limpida acqua, ristoro amico nei forti calori. Pensa che questi son tutti doni per vivere. La vita e il vento spirano, come scorrono quest’acque”: cfr. Calabria prima e dopo l’Unità, II, p. 350.
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