DIARI DI STORIA | Spartaco nel Brutium, la rivolta degli schiavi che incendiò anche Thurii
Mons. Luigi Renzo ricostruisce il passaggio di Spartaco nel Sud antico: dai boschi della Sila alla piana di Thurii, fino allo scontro finale con Roma, quando anche il Brutium divenne teatro della più grande ribellione servile della storia romana
Originario della Tracia, la Bulgaria di oggi, Spartaco nacque intorno al 111-109 a.C. da una influente famiglia aristocratica scegliendo poi da giovane di dedicarsi alla carriera militare nell’esercito romano. Non sopportando, però, la rigida disciplina militare romana, tentò la fuga, ma come riportato da Appiano di Alessandria, venne ben presto catturato e ridotto allo stato di schiavitù destinato a fare il gladiatore. Diventato famoso, venne acquistato da Lentulo Battiato, titolare di una scuola di gladiatori a Capua. Conosciuto col soprannome di Spartaco assegnatogli da Lentulo, venne obbligato a combattere in anfiteatro contro belve feroci insieme ad altri gladiatori. Esasperato, però, dalle condizioni inumane a lui e agli altri riservate, nel 73 a.C. decise di ribellarsi dandosi nuovamente alla fuga insieme ad una cinquantina di suoi colleghi. Ben presto, però, il numero andò sempre più crescendo (Cicerone gliene assegna 70) tanto da preoccupare le pubbliche autorità. Ricercati da un drappello di soldati della locale guarnigione e benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio sui soldati, ai quali sottrassero i loro armamenti per poi dirigersi ai piedi del Vesuvio dove trovarono rifugio.
Eletto a capo del gruppo, Spartaco assieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso), si diressero verso il Sud Italia per spingere alla rivolta le popolazioni locali, anch’esse insofferenti. E’ qui che Paolo Orosio nelle sue Historiae adversus paganos libri VII (V 24,2) scritte nel sec. V dell’era cristiana, ci informa che Spartaco e gli altri capi, “aggirandosi nella zona di Cosenza e verso Metaponto, raccolsero in breve tempo ingenti truppe. Si disse, infatti, che le forze di Crisso ammontassero a diecimila uomini, quelle di Spartaco addirittura tre volte tanto”. (1) In questa chiamata a raccolta, anche molti tra i bruzi di Thurii, soprattutto gli schiavi delle ville rurali romane presenti, si accodarono all’esercito di Spartaco trovando poi rifugio nei boschi della Sila.
Forte del suo esercito di fuoriusciti, Spartaco nel 72 a.C. decise di puntare verso la Gallia Cisalpina costringendo il Senato di Roma a prendere più seriamente la sua rivolta, tanto da mettergli alle costole i Consoli Lucio Gellio Publicola e Lentulo Clodiano, corsi a sbarrare la strada al Trace nella speranza di intrappolarlo. Malgrado avesse perso l’alleato Crisso ucciso nella battaglia del Gargano in Puglia, Spartaco attaccò frontalmente le legioni romane costringendole alla resa sull’Appennino tosco-emiliano, avendo la meglio anche sul governatore della Gallia Cisalpina, il proconsole Gaio Cassio Longino Varo. Racconta Appiano che nella circostanza, per vendicare la morte di Crisso, Spartaco mandò a morte 300 soldati romani catturati, costringendoli a combattersi tra loro fino alla morte.
Malgrado queste vittorie sul campo, invece di dirigersi Oltralpe per guadagnare la sospirata libertà, Spartaco inspiegabilmente riportò indietro il suo esercito di ribelli dirigendosi verso Sud fin nel Brutium, fermandosi nei pressi di Thurii, ove riarmò il suo esercito ricorrendo a razzie e saccheggi. Scontratosi nuovamente con i Romani, ancora una volta li sconfisse. A questo punto il Senato romano incaricò il propretore Marco Licinio Crasso di reprimere la rivolta cogliendo in qualche modo di sorpresa lo stesso Spartaco, che, preso in contropiede, decise di passare in Sicilia per aggregare a sè anche quegli schiavi in rivolta nell’isola scoppiata autonomamente dalla sua. Malgrado avesse già predisposto l’attraversamento dello stretto mediante zattere improvvisate, dovette, però, restar fermo sul litorale reggino a causa del tradimento di alcuni pirati cilici che si erano messi d’accordo col governatore della Sicilia Gaio Licinio Verre, lo stesso con cui avrà da lottare Cicerone, che aveva così potuto fortificare per la difesa le coste intorno a Messina.
Racconta Plutarco (46-125/27 d.C.) che il comandante Crasso, informato di quella disavventura di Spartaco rimasto fermo sul litorale reggino, sia per tenere allertati i suoi legionari, sia per bloccare il ritorno di Spartaco impedendogli i rifornimenti necessari per il suo esercito che gli arrivavano dagli schiavi fuggitivi e disertori della penisola, decise di costruire un fossato con un grande muro nell’istmo tra il mar Tirreno ed il mar Jonio in prossimità di Catanzaro tagliando così in due il Brutium. Scrive Plutarco che “Spartaco in un primo tempo non si diede pensiero né tenne in alcun conto (il muro e il fossato). Ma finite le scorte, volendo avanzare si rese conto del blocco e che non c’era più nulla da prendere nella penisola; durante una notte nevosa, difeso da una nebbia invernale, colmò una parte non piccola della fossa con terra, legna e rami di alberi, facendo così passare un terzo dell’esercito”. (2) Sfondato così il blocco, Spartaco si diresse verso la Puglia per salpare verso Oriente, ma inseguito e attaccato alle spalle da Crasso, nel gennaio del 71 a.C. lo sconfisse ancora una volta nello scontro avuto a Petelia (Strongoli) senza però riuscire a sfruttare al meglio il suo successo perché l’esercito romano, numeroso e ben armato, presto si riorganizzò costringendolo alla ritirata e alla fuga verso la piana di Thurii e Metaponto. Qui, a dire sempre di Plutarco, raccolse nuovi consensi tra cui, “molti mandriani e pastori della regione, che, gente giovane e robusta, si unirono ad essi”.
Pur con questi rincalzi, Spartaco, rimasto solo al comando e con un esercito sfaldato, inseguito e raggiunto da Crasso, secondo lo storico Orosio, venne affrontato e sconfitto nei pressi della sorgente del fiume Sele (“ad caput Sylaris fluminis”), nell’omonima vallata. La battaglia finale, avvenuta nel 71 a.C., fu preceduta da numerosi e cruenti scontri. Narra Plutarco che Spartaco, prima di questa battaglia, uccise il suo cavallo, dicendo che se avesse vinto avrebbe avuto tutti i cavalli che voleva, ma se avesse perso "non ne avrebbe più avuto bisogno”. Durante lo scontro decisivo, il Trace sarebbe andato personalmente alla ricerca di Crasso per affrontarlo direttamente; egli non riuscì a trovarlo ma si batté con grande valore, uccidendo anche due centurioni che lo avevano attaccato. Dalla narrazione di Plutarco risulta che Spartaco rimase al centro della mischia mentre i ribelli erano ormai in rotta; circondato da un numero soverchiante di legionari venne «massacrato di colpi» e morì combattendo fino alla fine. (3) Il suo corpo non sarebbe stato mai ritrovato.
Secondo una leggenda, Spartaco nella lotta non venne riconosciuto ma fu catturato e crocifisso insieme agli altri prigionieri. A quanto riporta Sallustio, che ne descrive la fine con toni diversi, morì sul campo di battaglia, non crocifisso. Alcuni reparti del suo esercito fuggirono e si dispersero sui monti circostanti; altri raggiunti e fatti prigionieri da Crasso vennero crocifissi lungo la Via Appia, da Capua a Roma. Tra questi, secondo Sallustio non ci sarebbe stato Spartaco, il cui corpo non fu più ritrovato, forse perché ormai irriconoscibile a causa dei colpi ricevuti. (4)
Terminava così la rivolta di Spartaco, in cui anche il Brutium e Thurii hanno avuto la loro parte. Tuttavia, secondo alcuni storici romani, dell’esercito ribelle di Spartaco rimasero vivi alcuni focolai portati avanti da suoi seguaci scampati alla battaglia. Ancora nel 61 a.C., infatti, il propretore Ottavio, mentre si recava in Macedonia, di cui aveva ottenuto per sorteggio l'amministrazione dopo la pretura, annientò gli ultimi brandelli dell'esercito di Spartaco, che avevano trovato rifugio proprio a Thurii.
NOTE
(1) “Inde per Consentiam et Metapontum circonducti, ingentia brevi agmina collegerutn. Nam Crixo decem militum multitudo, Spartaco autem triplex nunc numerus fuisse refertur”.
(2) Cfr. Plutarco, Vita di Crasso, in Vite Parallele, (Bioi Paralleloi), 10, 7-9.
(3) Cfr. Plutarco, Vita di Crasso, 11.
(4) Cfr. Sallustio, Historiae, III, 90 e IV, 41.