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La scienza che ci appartiene: tre storie di medicina dalla Calabria del nord-est oltre il prestigio di Stanford

5 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO – Un farmaco che raggiunga con maggiore precisione le cellule malate. Una molecola capace di interferire con i meccanismi che alimentano un tumore. Un intervento chirurgico accompagnato da conoscenze sempre più solide, per rendere le cure più sicure e appropriate. È dentro queste sfide - prima ancora che in quelle delle classifiche - che si misura il valore della ricerca.

La notizia del traguardo dell’Università della Calabria, arrivata a cento presenze nel World’s Top 2% Scientists 2026, l’abbiamo raccontata ieri. Oggi vale la pena soffermarsi su tre di quei nomi: Manuela Curcio e Francesco Pata, di Corigliano-Rossano, e Fedora Grande, di Castrovillari. Tre percorsi diversi che restituiscono alla Calabria del nord-est una ragione di orgoglio fondata sul lavoro, sul sapere e sulla responsabilità verso la vita delle persone.


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Il riconoscimento Stanford–Elsevier registra l’influenza delle pubblicazioni scientifiche attraverso le citazioni ricevute: quanto, cioè, il lavoro di uno studioso venga ripreso e utilizzato da altri ricercatori. È un indicatore dell’impatto della ricerca nella comunità internazionale. Per comprenderne il significato, tuttavia, bisogna andare oltre la formula del “due per cento” ed entrare nel contenuto degli studi.

Manuela Curcio, il viaggio del farmaco verso la cellula malata

Una parte importante del lavoro di Manuela Curcio, nell’ambito delle scienze farmaceutiche dell’Unical, riguarda una questione decisiva: il percorso che un medicinale compie nell’organismo prima di raggiungere il proprio bersaglio. Nella ricerca oncologica conta la capacità di una sostanza di contrastare le cellule tumorali, ma conta anche come quella sostanza viene trasportata, dove si concentra e quando viene rilasciata. Da qui lo studio sulle nanoparticelle: strutture di dimensioni infinitesimali progettate per ospitare un farmaco e favorirne la consegna alle cellule interessate.

Per avvicinare questo lavoro alla nostra esperienza quotidiana, possiamo immaginare un principio attivo come un carico prezioso. La sua efficacia dipende anche dal mezzo che lo trasporta e dalla possibilità di recapitarlo all’indirizzo giusto. La ricerca di Curcio contribuisce a progettare questi “mezzi”, utilizzando materiali e sistemi capaci di rispondere a determinate condizioni dell’ambiente cellulare.

Tra i lavori di cui è autrice figurano studi su nanoparticelle per trasportare la doxorubicina, un farmaco antitumorale, verso cellule di carcinoma mammario. Si tratta di sistemi studiati per riconoscere specifici recettori cellulari e reagire a variazioni chimiche che possono favorire il rilascio del medicinale.

Un altro studio, condotto con altri ricercatori, ha sperimentato nanoparticelle a base di albumina per il rilascio del cisplatino in cellule di medulloblastoma, un tumore cerebrale che interessa soprattutto l’età pediatrica. Sono risultati di laboratorio, passaggi di un percorso che richiede ulteriori verifiche prima di una possibile applicazione clinica. La prospettiva è concreta: contribuire allo sviluppo di terapie capaci di agire con maggiore selettività.

Fedora Grande, comprendere le molecole per aprire nuove possibilità di cura

Il profilo scientifico di Fedora Grande si colloca, invece, nella chimica farmaceutica, il campo in cui si studiano e si progettano molecole potenzialmente utili contro le malattie. È un lavoro che unisce conoscenza della materia, strumenti informatici e verifiche sperimentali.

Un medicinale esercita la propria azione attraverso interazioni precise con l’organismo. Può legarsi a una proteina, ostacolare un’attività enzimatica, modificare un segnale che una cellula riceve. Comprendere questi incontri su scala molecolare significa cercare i punti nei quali intervenire.

Tra i filoni a cui Grande ha contribuito c’è lo studio del GPER, un recettore attraverso il quale le cellule rispondono agli estrogeni. Il nome appare distante dal linguaggio comune; il problema che vi sta dietro è vicino alla vita di molte famiglie. Alcuni segnali cellulari possono partecipare alla crescita dei tumori e alla loro capacità di resistere ai trattamenti.

Grande è tra gli autori di lavori sull’identificazione, anche mediante modelli al computer, di molecole capaci di interagire con questo recettore. Ha inoltre partecipato a uno studio sul suo coinvolgimento nella resistenza al palbociclib, un farmaco impiegato in determinate forme di carcinoma mammario. Indagare questi meccanismi aiuta a comprendere perché una terapia possa perdere efficacia e quali strade meritino di essere esplorate.

Il suo lavoro comprende anche la ricerca sulle potenzialità di composti naturali. Nel 2021, una collaborazione tra Unical, Cnr e Università di Saragozza, della quale è coautrice, ha mostrato l’attività dell’eugenolo contro un enzima necessario alla replicazione del coronavirus. Una scoperta sperimentale che ha indicato una direzione di studio: dalla struttura di una sostanza presente in natura possono partire nuove indagini per sviluppare molecole terapeutiche.

Francesco Pata, la ricerca che entra in sala operatoria

Con Francesco Pata, professore associato di Chirurgia generale all’Unical e dirigente medico all’Azienda ospedaliera di Cosenza, il rapporto tra conoscenza scientifica e cura assume la forma dell’attività clinica.

Dopo la formazione all’Università Magna Graecia di Catanzaro, il suo percorso si è sviluppato attraverso esperienze nel Regno Unito, in Spagna e nel Nord Italia, con un’attenzione alla chirurgia mini-invasiva, alle nuove tecnologie e alla robotica. A queste competenze si affiancano il dottorato alla Sapienza e la formazione in biostatistica all’Università di Padova: strumenti per leggere i risultati delle cure e valutarli con rigore.

La ricerca chirurgica riguarda anche ciò che precede e segue un’operazione: la scelta del trattamento, la prevenzione delle complicanze, il recupero del paziente. Negli studi di Pata ricorrono la chirurgia colorettale, le patologie dell’apparato digerente e la valutazione dei percorsi assistenziali.

È inoltre promotore, insieme a Corrado Rispoli, dello studio CLEAR della Società italiana di chirurgia endoscopica: un’indagine che valuta quanto le tecniche e le raccomandazioni sostenute dalle evidenze scientifiche vengano applicate nella pratica chirurgica e quali ostacoli ne limitino l’adozione. Il punto è essenziale: una conoscenza acquista pieno valore quando riesce a tradursi nelle scelte quotidiane di chi cura.

Il significato di questo lavoro è immediato: raccogliere esperienze, confrontare risultati e produrre conoscenze che aiutino il medico a scegliere meglio. L’innovazione acquista valore quando diventa una decisione appropriata per quella persona, con quella malattia e quelle condizioni.

Un patrimonio di cui diventare consapevoli

Curcio, Grande e Pata lavorano in gruppi di ricerca, dentro reti di collaborazione che superano i confini regionali e nazionali. L’eccellenza scientifica cresce attraverso questo scambio: ogni risultato viene discusso, verificato e messo a disposizione di altri studiosi.

Le loro storie danno sostanza a un patrimonio che il territorio deve imparare a riconoscere. La Calabria del nord-est è anche il luogo da cui provengono competenze capaci di contribuire alla ricerca sui tumori, allo sviluppo dei farmaci e al miglioramento della chirurgia.

Esserne orgogliosi significa comprenderne il valore, conoscere il lavoro che precede i riconoscimenti e riconoscere nell’università una possibilità di crescita collettiva. Per un giovane che oggi studia nelle nostre scuole, questi percorsi rendono visibile un futuro possibile.

La scienza sembra lontana finché resta chiusa nelle sue sigle. Quando impariamo a leggerla, scopriamo quanto ci riguardi: nella cura di una persona cara, nella qualità di un ospedale, nelle opportunità di una generazione. E scopriamo che anche da qui si contribuisce a costruirla.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.