Il pieno si mangia lo stipendio: smart working per tutti i pendolari, la Calabria può portare il caso in Parlamento
Cgil chiede lavoro agile per i dipendenti regionali. Ma il problema è molto più grande: riguarda migliaia di calabresi, pubblici e privati, costretti ogni giorno all’auto. Il Consiglio regionale può presentare proposta di legge alle Camere
CORIGLIANO-ROSSANO – Prima ancora di sedersi alla scrivania, c’è una parte di Calabria che ha già iniziato a pagare per lavorare. Benzina o gasolio, manutenzione dell’auto, chilometri macinati ogni giorno perché tra casa e ufficio, spesso, non esiste un’alternativa pubblica realmente utilizzabile.
È da qui che bisognerebbe partire. La richiesta avanzata oggi dalla Rsu Fp Cgil Calabria al presidente Roberto Occhiuto e all’assessore regionale al Personale Antonio Montuoro riapre una questione che potrebbe andare molto oltre Palazzo Campanella e la Cittadella regionale. Il sindacato chiede due giornate settimanali di smart working per i dipendenti della Giunta regionale impiegati in mansioni compatibili, indicando nel caro carburante una voce ormai pesantissima nei bilanci familiari.
Una rivendicazione circoscritta ai lavoratori regionali. Ma il problema che solleva non lo è affatto.
Non esistono soltanto i dipendenti della Regione
Perché un dipendente della Regione dovrebbe poter ridurre gli spostamenti settimanali e un lavoratore di un'azienda privata, di un Comune, di un altro ente pubblico o di una società che svolge la propria attività in Calabria no? È una domanda che diventa ancora più concreta in una regione nella quale il ricorso all'automobile non rappresenta sempre una scelta.
I numeri contenuti nella documentazione del Piano regionale dei trasporti sono eloquenti: in Calabria l'automobile arriva a rappresentare il 91% degli spostamenti, mentre il trasporto pubblico si ferma intorno al 9%. E non perché ai calabresi piaccia di più l'auto ma semplicemente perché nonostante si spendano milioni di euro nel trasporto pubblico, questo è molto spesso inefficiente, inefficace, lento, fuori dal mondo. È lo stesso documento regionale a parlare di «carenza dei servizi di trasporto collettivi» e di una ripartizione della mobilità fortemente sbilanciata verso l'auto privata.
Ecco perché se da un lato i sindacati fanno la loro ma focalizzandosi solo su una porzione moltro stretta del pubblico impiego, dall'altro la questione è tutt'altro che sindacale. È politica del lavoro, mobilità, reddito familiare e organizzazione di un territorio nel quale per molti pendolari spostarsi significa necessariamente utilizzare un mezzo proprio.
Pensiamo a chi vive nella Sibaritide e lavora a Cosenza o a Catanzaro o si sposta verso le regioni limitrofe (perché se è vero che la Calabria è una montagna in mezzo al mare, è anche vero che questa parte di Calabria, il nord-est, è direttamente connessa socialmente, commercialmente e culturalmente ad altre tre regioni... ma questa è un'altra storia). A chi attraversa quotidianamente pezzi di regione per raggiungere il proprio ufficio. E anche a quei calabresi che hanno mantenuto qui la propria residenza e i propri legami familiari ma lavorano fuori regione, svolgendo mansioni che almeno in parte potrebbero essere effettuate a distanza.
Lo smart working, in questi casi, smetterebbe di essere soltanto una modalità organizzativa aziendale. Diventerebbe uno strumento capace di incidere concretamente sul costo del lavoro per le famiglie e sul numero degli spostamenti.
La Regione non può imporlo ai privati. Ma può aprire la partita nazionale
C'è però un limite che va chiarito. La Regione Calabria non potrebbe approvare autonomamente una legge imponendo a tutte le aziende pubbliche e private operanti sul territorio due o tre giorni obbligatori di lavoro agile. Una disposizione di questo tipo entrerebbe direttamente nella disciplina del rapporto di lavoro, materia sulla quale la competenza legislativa statale è decisiva.
Ma questo non significa che la Regione abbia le mani legate. La Costituzione, infatti, offre una strada precisa. L'articolo 121 stabilisce che il Consiglio regionale può fare proposte di legge alle Camere. La Calabria, dunque, vivendo più delle altre il problema della pendolarità lavorativa, sia interna che esterna, può trasformare una questione territoriale in un'iniziativa legislativa nazionale e portarla direttamente in Parlamento.
Ed è forse questo il salto che la discussione aperta oggi dalla Fp Cgil potrebbe suggerire. Non limitarsi alla gestione dello smart working dei dipendenti della Giunta, ma aprire una riflessione su tutti i lavoratori pendolari calabresi, pubblici e privati.
Una modifica alla legge nazionale sullo smart working
La base sulla quale intervenire esiste già. È la legge 81 del 2017, che disciplina il lavoro agile e che già oggi riconosce alcune priorità. L'articolo 18 prevede infatti che, quando un datore pubblico o privato utilizza il lavoro agile, debba riconoscere priorità alle richieste formulate da alcune categorie, tra cui genitori con figli fino a dodici anni, lavoratori con disabilità grave e caregiver.
È dentro questo impianto che potrebbe entrare una nuova categoria: i lavoratori pendolari. La proposta che la Calabria potrebbe portare alle Camere potrebbe prevedere, per le mansioni effettivamente compatibili con il lavoro a distanza, una priorità nell'accesso allo smart working legata alla distanza tra residenza e sede di lavoro, al tempo necessario per raggiungerla e, soprattutto, alla presenza o meno di collegamenti pubblici adeguati.
Non necessariamente, quindi, una semplice soglia di 50, 70 o 100 chilometri. Perché in Calabria anche la geografia conta. Percorrere una determinata distanza su un'autostrada o lungo una linea ferroviaria efficiente non equivale a percorrerla attraverso collegamenti lenti, cambi obbligati o strade interne.
Il criterio potrebbe essere, quindi, costruito anche sul tempo effettivo dello spostamento casa-lavoro e sull'esistenza di un'alternativa pubblica ragionevole all'automobile. E potrebbe valere tanto per il dipendente pubblico quanto per quello privato.
Non il diritto a “stare a casa”, ma a non viaggiare inutilmente
È questo anche il punto che eviterebbe di trasformare la discussione in uno scontro ideologico sullo smart working. Non tutte le professioni possono essere svolte da remoto. Un infermiere, un operaio, un autista, un addetto alla produzione o chi lavora direttamente con il pubblico svolge attività che richiedono necessariamente la presenza.
Ma esistono migliaia di mansioni amministrative, tecniche, progettuali e professionali per le quali la presenza fisica quotidiana non è sempre indispensabile. La questione sarebbe dunque molto semplice: quando il lavoro può viaggiare attraverso una connessione internet, è sempre necessario far viaggiare anche il lavoratore? Soprattutto in una regione nella quale nove spostamenti su dieci avvengono in automobile.
La Calabria potrebbe fare da apripista
Chiamarla semplicemente “legge speciale per la Calabria” sarebbe efficace dal punto di vista comunicativo, ma giuridicamente la strada più robusta sarebbe un'altra: una proposta di legge statale promossa dal Consiglio regionale della Calabria, eventualmente capace di prevedere strumenti specifici o sperimentali per quei territori caratterizzati da forte pendolarismo e da un'offerta di trasporto pubblico insufficiente.
La Calabria potrebbe contemporaneamente agire sul proprio territorio: ampliare il lavoro agile nel proprio sistema amministrativo quando le mansioni lo consentono e costruire incentivi per le imprese che scelgano di fare altrettanto.
Ma la partita più grande si giocherebbe a Roma. La richiesta della Fp Cgil parte oggi da due giornate di smart working per i dipendenti regionali. Ma è chiaro che con la crisi dei costi energetici incalzante. Ma perché fermarsi alla Cittadella? Gli altri pendolari/lavoratori sono figli di nessuno? Se il caro carburante e la fragilità dei collegamenti trasformano ogni giorno il viaggio casa-lavoro in un costo aggiuntivo sullo stipendio, il tema riguarda l'intera Calabria. Ed è su questo terreno che il Consiglio regionale avrebbe gli strumenti per aprire una discussione nazionale: portare in Parlamento una proposta che riconosca il pendolarismo tra le condizioni da considerare nell'accesso prioritario al lavoro agile.