Una laurea nel copricuscino: la storia di un medico cubano e della cura che arriva da lontano
Nel racconto di Carmen Florea, i documenti originali affidati a una staffetta attraverso la Calabria diventano una testimonianza del valore professionale e umano dei medici arrivati da Cuba
CORIGLIANO-ROSSANO - Alcune storie - è proprio il caso di dire - arrivano dentro una busta. Questa che ci racconta oggi Carmen Florea, cittadina rumena da trent'anni radicata in città e oggi mediatrice culturale, ha attraversato la Calabria, da un presidio ospedaliero del Sud della regione fino alla mia scrivania, nell’Alto Jonio cosentino. A consegnarla è stata una persona di fiducia: un passaggio di mano in mano, fondato sulla parola data.
Il mittente è un medico cubano. «Doveva farmi avere i suoi documenti accademici originali per la traduzione ufficiale». Un incarico professionale, apparentemente ordinario. «Ma il modo in cui aveva protetto quei fogli mi ha raccontato qualcosa di lui prima ancora che potessi leggerne il nome».
Li aveva inseriti nelle tasche trasparenti di plastica e poi custoditi dentro una fodera di cuscino trapuntata, chiusa con una cerniera. Soltanto dopo aveva sistemato tutto nella busta esterna.
Una protezione domestica, premurosa, costruita per evitare pieghe, urti e umidità. Dentro quel copricuscino viaggiava molto più di una pratica da completare.
«Quando ho aperto la cerniera, ho trovato la sua pergamena di laurea originale: un “Título de Oro”, riconoscimento di eccellenza del suo percorso universitario. Mi ha colpito - dice Carmen - il contrasto tra la solennità del documento e la semplicità dell’involucro. Una fodera che normalmente appartiene al riposo, alla casa, all’intimità era diventata lo scrigno di una storia professionale. Ho pensato agli anni di studio, alla fatica necessaria per arrivare a quel risultato, al valore che quei documenti dovevano avere per chi li aveva affidati a un viaggio così lungo. La cura con cui erano stati preparati parlava di rispetto per il proprio lavoro. E anche del timore di perdere qualcosa di insostituibile».
Prima di essere un medico arrivato da un altro Paese, quell’uomo era una persona che aveva protetto, con ciò che aveva a disposizione, una parte importante della propria vita.
«In questi anni - aggiunge la mediatrice culturale - ho avuto modo di incontrare diversi medici cubani in servizio negli ospedali calabresi. Ne ho conosciuto la disponibilità, l’attenzione, l’umanità. È da questi incontri che nasce la mia gratitudine». Nel dibattito pubblico si parla spesso di accordi, contratti, carenze di personale. Sono questioni importanti. Ma dietro quelle discussioni ci sono persone che hanno attraversato un oceano e che oggi lavorano nei nostri ospedali, incontrano i nostri familiari, ascoltano le nostre paure.
Da pazienti, il loro valore lo riconosciamo anche nei gesti: nel tempo dedicato a una spiegazione, nella pazienza, nella capacità di far sentire una persona accolta quando è più vulnerabile. Il richiamo all’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, per me passa anche da qui. Dalle persone che contribuiscono, ogni giorno, a dare concretezza a quel principio.
Il 6 ottobre, con l’apertura dei primi 22 ambulatori del nuovo Ospedale della Sibaritide, a Corigliano-Rossano è cominciata una fase attesa da anni. «Guardando a questo passaggio - dice ancora Carmen Florea - penso che il valore di una struttura sanitaria dipenda anche da chi la abita professionalmente: da chi accoglie, visita, ascolta e cura. Le attrezzature e gli spazi sono indispensabili. A renderli luoghi di assistenza sono le competenze e la responsabilità delle persone. È con questo sguardo che considero il contributo dei medici cubani alla nostra sanità. Per la mia esperienza, meritano di essere conosciuti attraverso il loro lavoro e l’umanità che portano nelle relazioni con i pazienti. Ora quei documenti sono sulla mia scrivania e mi aspetta il lavoro di traduzione, parola per parola. Eppure, continuo a pensare alla fodera trapuntata. Chi l’ha preparata forse voleva soltanto essere sicuro che la propria laurea arrivasse integra. A me ha consegnato anche un’immagine difficile da dimenticare: la dignità di un percorso custodita con una cura semplice e scrupolosa. Per questo il mio grazie comincia da quella busta. Si rivolge al medico che me l’ha affidata e ai professionisti cubani che ho incontrato in Calabria. Dentro quel copricuscino c’era una laurea. Nel gesto di proteggerla ho riconosciuto il rispetto per una vita di lavoro. Lo stesso rispetto che ogni paziente spera di trovare quando entra in una corsia».