Imprese centenarie, oltre la metà opera nell’agroalimentare. Amarelli: «La longevità nasce dall’identità dei territori»
Fortunato Amarelli interviene a Palermo al 31° Convegno Nazionale delle Aziende Familiari. Il presidente UICI: radicamento, innovazione e continuità sono le chiavi delle imprese capaci di attraversare le generazioni
CORIGLIANO-ROSSANO – Più della metà delle imprese aderenti all’Unione Imprese Centenarie Italiane opera nell’agroalimentare. Un dato che racconta quanto la longevità aziendale italiana sia legata alla terra, alle produzioni identitarie e ai saperi costruiti e tramandati nei territori.
È da qui che Fortunato Amarelli, amministratore delegato della storica Fabbrica di Liquirizia di Corigliano-Rossano e presidente dell’UICI, è intervenuto ieri a Palermo al 31° Convegno Nazionale delle Aziende Familiari, promosso da AIDAF e dedicato al tema “Capaci di innovare: valori, strategie, continuità nelle imprese familiari”.
Nel confronto ospitato alle Scuderie di Palazzo Reale, a Palazzo dei Normanni, Amarelli ha portato l’esperienza dell’UICI, che rappresenta circa sessanta realtà storiche italiane. Produzioni enologiche, distillati e altre eccellenze alimentari rappresentano una parte consistente del patrimonio delle imprese centenarie associate.
Non soltanto marchi o stabilimenti, ma competenze, conoscenza delle materie prime, continuità delle lavorazioni e relazioni economiche costruite lungo più generazioni. È proprio questo radicamento, secondo Amarelli, a spiegare una parte importante della capacità di alcune imprese di attraversare il tempo.
«Nessuna storia imprenditoriale può essere considerata indipendentemente dal contesto nel quale si è sviluppata». Per il presidente UICI, quando un’impresa viene riconosciuta dalla propria comunità come parte del patrimonio del territorio, la sua continuità supera il solo valore economico e diventa anche identità collettiva.
Il secondo elemento richiamato da Amarelli è l’innovazione. La longevità non coincide con la semplice conservazione di un modello ereditato. Le imprese che hanno superato il secolo hanno dovuto misurarsi con trasformazioni profonde nei consumi, nelle tecnologie e nei mercati.
«Ogni generazione deve essere capace di reinventare l’impresa», è il senso della riflessione portata a Palermo. Conservare la propria storia, dunque, non significa restare immobili, ma trasformarne il valore senza perderne l’identità.
È una dinamica che la stessa esperienza Amarelli rappresenta concretamente. L’attività di trasformazione della liquirizia risale al 1731 e, attraverso dodici generazioni, una materia prima profondamente legata alla Calabria è diventata il centro di un’esperienza imprenditoriale proiettata sui mercati internazionali, senza interrompere il rapporto con il territorio d’origine.
Alla produzione si è affiancata nel tempo anche la dimensione culturale, attraverso il Museo della Liquirizia Giorgio Amarelli, che custodisce e rende fruibile una parte importante della memoria industriale calabrese. Una storia nella quale convivono anche alcuni dei Marcatori Identitari Distintivi della Calabria: la Liquirizia di Calabria, il concio calabrese e lo stesso Museo della Liquirizia.
Il messaggio portato da Amarelli a Palermo è dunque netto: la longevità di un’impresa non nasce soltanto dalla capacità di resistere, ma da quella di restare riconoscibile mentre cambia. E, soprattutto nell’agroalimentare, quella riconoscibilità continua ad avere una radice precisa: il territorio da cui tutto è cominciato.